Nella cornice di una ricca casa borghese a cavallo tra gli anni ’60 e ’70, si consuma un dramma che è, al contempo, una farsa feroce. “Una Signora Cena”, scritto e diretto da Roberta Crivelli, mette in scena un banchetto dove la portata principale non è il cibo, ma il disfacimento morale dei commensali.
Attraverso una comicità che sposa il genere dell’assurdo, l’opera indaga i diversi comportamenti umani messi alla prova da situazioni che sovrastano l’individuo. La domanda centrale è provocatoria: come ci comporteremmo se, invitati a cena, trovassimo la padrona di casa morta?
La Trama
Il racconto si dipana attorno a Marina, una scrittrice di successo che organizza un ricevimento per festeggiare la pubblicazione del suo nuovo romanzo. Quella che inizia come un’elegante serata si trasforma rapidamente in un giallo claustrofobico quando il corpo di Marina viene ritrovato senza vita. Da quel momento, i sospetti iniziano a divampare: gli invitati si accusano a vicenda, rivelando, battuta dopo battuta e atto dopo atto, che i legami tra i presenti sono fragili come foglie secche in una grigia giornata autunnale.
La forza dello spettacolo risiede nel ritmo incalzante e nella capacità di far emergere il “marcio” nascosto sotto i vestiti alla moda. L’opera affronta temi d’impatto come il femminicidio, l’invidia e l’amore tossico, trattandoli con quella tipica leggerezza che richiama grandi classici del genere, come Rumors di Neil Simon.
I volti dell’invidia: Analisi dei Personaggi
Analizzando i protagonisti, emerge un campionario di fragilità umane di sconcertante attualità:
- Marina: La vittima. Una donna che, dietro la maschera del successo, cerca solo un amore sincero.
- Laura: L’amica d’infanzia divorata dal rancore e legata allo status economico del marito.
- Amedeo e Barbara: La coppia di amanti clandestini, pronti a tradirsi per salvarsi la pelle.
- Catia: L’editrice possessiva.
- Giacomo: L’avvocato, l’unico amico apparentemente disinteressato.
- Nadia: La domestica che cova un risentimento silenzioso.
La mia preparazione: Dare vita ad Amedeo
Per preparare il personaggio di Amedeo, mi sono focalizzato su diversi aspetti, a partire dalla preparazione atletica. Stare sul palco per un’ora è molto stancante: ho lavorato sulla forma fisica e sul fiato affinché i continui movimenti di scena non andassero a influire sulla resa vocale.
In seguito, ho lavorato sulle emozioni per comprendere a fondo la psicologia di quest’uomo. Sfruttando gli insegnamenti della tecnica Chubbuck e dello studio di Marcie Heber, mi sono chiesto quali fossero i miei obiettivi di scena e quali gli ostacoli per raggiungerli. Ho scavato nel rapporto che Amedeo ha con se stesso e con gli altri, cercando di capire l’origine delle sue insicurezze.
Una volta trovata la chiave interiore, ho svolto un lavoro fisico: cosa fa una persona insicura quando si sente attaccata? Ho lavorato su dei tic con le mani, sulla postura e sulla camminata, creando infine l’Amedeo che vedrete in scena. Spero che il risultato vi possa divertire e coinvolgere.
Un viaggio nei non-detti
L’opera di Crivelli ci spinge a chiederci: quanto conosciamo davvero le persone con cui condividiamo la tavola? Chi è il vero “cattivo”? È Marina la vittima, oppure la sua arroganza ha spinto gli altri al limite?
Lo spettacolo è un viaggio nei non-detti, dove il sangue finto serve a rivelare verità dolorose. Non mancano i momenti di comicità brillante che aumentano la tensione e l’assurdità della situazione. Se cercate un’opera che unisca il brivido del mystery alla risata amara, non perdetevi questa cena: resterete col fiato sospeso fino all’ultimo boccone.





